«Per ricordarti che non tutto ciò che governi ti appartiene.»
Savael piantava chiodi.
Li disponeva in file nella terra bruciata. Li annaffiava all’alba e cantava finché il sole non raggiungeva le colline.
Gli abitanti di Eria ridevano di lui.
La terza mattina, dai chiodi spuntarono foglie di rame.
La settima, il campo era pieno di rose di ferro.
Savael camminava tra loro con una corona di dodici piccole stelle e un mantello verde. Toccava ogni stelo, dava nomi alle gemme e parlava alla terra come a una persona amata.
Maera arrivò con cento soldati e un ordine del re.
«Questo campo diventerà una fortezza.»
Savael le offrì un frutto d’argento. Dentro c’era una piccola chiave d’ottone legata a un filo rosso.
«La terra ha già deciso di diventare altro.»
Maera gettò il frutto. «La terra non decide.»
«È per questo che non ti risponde.»

⁂
Maera tracciò mura, canali e magazzini.
Savael spostò le rose una per una. Ogni notte le ripiantava fuori dal perimetro. Ogni mattina le radici tornavano sotto le fondamenta.
«Non sai obbedire», disse lei.
«Tu non sai ascoltare.»
Poi arrivò la fame.
Le terre vicine non producevano nulla. Migliaia di persone raggiunsero Eria. Savael cercò di nutrirle facendo crescere frutti di metallo. Erano bellissimi e immangiabili.
Per la prima volta la sua abbondanza non servì.
Maera aprì i magazzini della fortezza ancora incompleta. Aveva accumulato grano per i soldati. Lo distribuì in razioni precise.
«Senza le tue mura morirebbero fuori», ammise Savael.
«Senza il tuo campo non avrebbero avuto un posto verso cui camminare.»
Lavorarono insieme.
Savael fece crescere tetti di foglie, culle di vimini e pozzi circondati da radici. Maera costruì strade, cucine e argini. Lui generava più di quanto potesse curare. Lei dava forma senza soffocare.
Una sera dormirono sotto la stessa coperta. All’alba, intorno a loro era cresciuto un cerchio di melagrane.
Maera ne aprì una.
Dentro non c’erano semi. C’erano minuscoli mattoni.
Rise fino a svegliarlo.

⁂
Il re ordinò di consegnargli le rose di ferro.
Voleva trasformarle in lance. Savael rifiutò. Il sovrano mandò un esercito.
Maera conosceva la posizione delle mura, i punti deboli e ogni sentiero. Poteva difendere Eria, ma la battaglia avrebbe distrutto il campo.
Savael piantò la chiave d’ottone nel terreno.
«Che cosa stai facendo?»
«Apro ciò che è pronto.»
Sotto la fortezza si spalancò un deposito antico. Conteneva semi veri, conservati da un popolo scomparso. Grano, alberi, erbe medicinali.
Savael avrebbe voluto seminarli tutti insieme.
Maera gli prese le mani. «Uno alla volta.»
«Non abbiamo tempo.»
«Proprio per questo non possiamo sprecarli.»
Distribuirono i semi alle persone in fuga. Quando l’esercito arrivò, trovò campi che nascevano in cento luoghi diversi. Non poteva conquistarli tutti.

⁂
Eria non divenne una fortezza.
Nemmeno un giardino senza confini. Divenne una città con porte larghe e mura coperte di viti. Savael e Maera discutevano ogni giorno su dove finisse un sentiero e cominciasse un’aiuola.
Non smisero mai di amarsi.
La chiave d’ottone non volle uscire dalla terra. Maera la fece estrarre e la portò a suo fratello Vaelor, governatore delle montagne.
«Ti servirà», disse.
Vaelor sedeva su un trono di pietra. Dietro di lui si alzavano cime rosse e aride.
«Che cosa apre?»
«Non lo so.»
«Allora perché dovrei tenerla?»
Maera posò la chiave sulla mappa del suo nuovo regno.
«Per ricordarti che non tutto ciò che governi ti appartiene.»
Vaelor non apprezzò la frase. Conservò la chiave proprio per questo.
Molto lontano, Savael piantò l’ultimo seme. Ne uscì una pianta piccola, comune, senza metallo né magia.
La protesse dal vento con entrambe le mani.
Era la cosa più preziosa che avesse mai fatto nascere.

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