«Non darmi speranza se è soltanto nebbia. Non so distinguere. Allora impareremo.»
Miran viaggiava tra un cane e un lupo.
Il cane seguiva la strada. Il lupo le ombre. Sopra di loro splendevano due lune: una nel cielo e una poco più in basso, sospesa tra le torri della palude.
Avera vedeva soltanto la prima.
Portava una spada e una bilancia. Era stata inviata a giudicare Miran, accusato di avere aperto le dighe durante la notte.
«Non le ho aperte», disse lui.
«Tre guardie ti hanno visto.»
«Le ho aperte in un altro ricordo.»
Avera sfiorò l’elsa. «Non esistono due verità.»
Un crostaceo bianco emerse dall’acqua e trascinò verso la palude il filo rosso della chiave d’ottone.
Miran lo seguì.
«Vieni», disse ad Avera. «Una delle due verità sta fuggendo.»

⁂
Attraversarono la palude.
Il cane abbaiava alla luna alta. Il lupo a quella bassa. Avera segnava il percorso. Miran lo dimenticava e ne trovava un altro.
Di notte lui sognò di aprire le dighe per salvare il villaggio da un’acqua nera. Nel sogno opposto le apriva per sommergerlo.
Avera dormiva con la spada tra loro.
«Perché sei venuta davvero?» le chiese.
Lei mostrò un medaglione. Dentro c’era il ritratto di una bambina scomparsa nella piena.
«Mia sorella.»
Miran ricordò di averla salvata. Ricordò anche di averla vista trascinata via.
«È viva e morta», disse.
Avera lo colpì.
Subito dopo gli pulì il sangue dal labbro. Le mani le tremavano.
«Non darmi speranza se è soltanto nebbia.»
«Non so distinguere.»
«Allora impareremo.»

⁂
La chiave aprì una porta sommersa tra le torri.
Dietro vivevano le possibilità scartate. Persone salvate in una storia e perdute nell’altra. La sorella di Avera era lì. Non era viva come loro, ma non era neppure morta. Aspettava che qualcuno riconoscesse ciò che era accaduto.
Miran vide finalmente la notte delle dighe.
Le aveva aperte per deviare l’acqua nera. Aveva salvato il villaggio, ma la corrente aveva travolto la bambina. Da allora la colpa aveva diviso il ricordo in due.
«Sono stato io», disse.
Avera sollevò la spada. Miran non fuggì.
La sorella posò una mano sull’arma. «Ha scelto senza sapere chi avrebbe pagato.»
Avera lasciò cadere la spada.
Non perdonò Miran quella notte. Lo condusse fuori e pretese che raccontasse la verità al villaggio.

⁂
Miran lavorò alla ricostruzione delle dighe.
Avera tornava ogni mese. A volte parlavano. A volte no. Il loro amore non nacque dal perdono, ma dal modo in cui nessuno dei due cercò più una versione comoda dell’altro.
Le due lune rimasero. Miran imparò a chiedersi quale fosse un’intuizione e quale una paura. Avera imparò che la chiarezza poteva arrivare dopo avere attraversato l’incertezza.
La chiave fu affidata a Solen, un giovane che costruiva specchi per catturare la luce del giorno nelle case buie.
«Che cosa devo farne?» chiese.
Miran indicò la luna riflessa nella bilancia di Avera. «Apri ciò che ha paura del sole.»
Solen rise. Era una risata limpida, quasi fastidiosa.
Partì all’alba con un cavallo bianco.
Il cane lo seguì per un tratto. Il lupo rimase con Miran.
Avera prese la sua mano.
Nel cielo c’era una luna sola.
Nell’acqua continuavano a essercene due.
Questa volta nessuno dei due ebbe bisogno di distruggerne una.

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