«Apre le stanze chiuse. Ma devi bussare prima.»
Solen arrivò su un cavallo bianco.
Portava un drappo rosso e uno specchio rotondo sulla schiena. Dove passava, i girasoli si voltavano. I bambini gli correvano accanto perché sapeva trasformare ogni pozzanghera in un piccolo sole.
Nel villaggio di Orea c’era una casa senza finestre.
«Lì vive Elya», gli dissero. «Non esce da dieci anni.»
Solen bussò.
«Vai via», rispose una voce.
«Ho portato il sole.»
«È proprio ciò che temo.»
La porta aveva una serratura antica. La chiave d’ottone col filo rosso entrava perfettamente.
Solen la girò.
La luce invase la stanza.
Elya gridò.

⁂
Solen chiuse subito la porta.
Dentro, Elya era rannicchiata dietro un velo. La pelle portava segni simili a costellazioni. Ogni raggio di sole li faceva bruciare.
«Volevo aiutarti.»
«Volevi essere quello che mi aiutava.»
Solen rimase fuori per sette giorni.
Parlavano attraverso il legno. Lui raccontava il colore del cielo. Elya descriveva i suoni della casa. Conosceva il passo dei topi, il respiro delle travi e il momento esatto in cui una candela stava per spegnersi.
Solen smise di proporle cure.
Una notte Elya aprì la porta. Alla luce della luna i segni sulla pelle non bruciavano.
Camminarono fino al campo dei girasoli. Di notte i fiori tenevano il capo abbassato.
«Sono morti?» chiese lei.
«Aspettano.»
Elya appoggiò la fronte alla sua. «Anch’io.»

⁂
Solen costruì uno specchio capace di filtrare il calore.
Non lo portò nella casa. Lo lasciò davanti alla porta.
Elya decise quando usarlo.
Il primo raggio illuminò soltanto una mano. Il secondo il volto. Passarono mesi prima che uscisse al tramonto senza velo.
Solen imparò che la luce non era buona perché vinceva il buio. Era buona quando permetteva di vedere senza ferire.
Elya imparò che proteggersi non significava scomparire.

⁂
Trasformarono la casa in un osservatorio per chi vedeva meglio di notte.
Solen continuava a viaggiare. Elya non sempre lo seguiva. Il loro amore aveva finestre che potevano aprirsi e chiudersi da entrambi i lati.
Un giorno arrivò Aren, il custode della campana dei risvegli. Non rispondeva più al suo suono. Diceva di avere smesso di sentire la chiamata.
Elya gli consegnò la chiave.
«Apre le stanze chiuse», disse.
Solen aggiunse: «Ma devi bussare prima.»
Aren annuì. Legò il filo rosso al battaglio di una piccola tromba d’argento.
Partì verso la valle dei dormienti.
Quella sera Elya uscì prima del tramonto. Il sole era ancora sopra le colline. Solen tese il drappo rosso per farle ombra.
Lei lo spostò appena.
Lasciò che una striscia di luce le attraversasse il volto.
Non sorrise perché fosse guarita.
Sorrise perché aveva scelto quanta luce accogliere.
Solen abbassò lo specchio e la guardò senza cercare di renderla più luminosa.
Era già visibile.

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